Squalifica Magnini, qualcosa non torna

Le sentenze non si criticano, non si commentano, ma si prendono in carico e si accettano. Partendo da questo presupposto, parliamo della squalifica di 4 anni che ha coinvolto Filippo Magnini.

Una squalifica pesantissima, per Magnini stesso, ma anche e soprattutto per il nuoto italiano in generale.

Dopo un Europeo da favola, questo episodio negativo per il mondo del nuoto italiano, non ci voleva proprio.

Difficile entrare completamente nei dettagli, perché forse, non li sa nessuno con certezza. Quello che si sa per certo, è che Filippo Magnini è accusato per tentato uso di doping.

Magnini non è un “assassino”, sia fatta chiarezza

L’oramai ex nuotatore pesarese, sta vivendo un momento difficile, etichettato, in maniera errato, come un atleta dopato e drogato. Tutto questo è sbagliato, per lo meno per quello che si sa alla luce del sole.

Magnini è incriminato per degli scambi di telefonate, e per conoscenza, con il nutrizionista accusato, Guido Porcellini. Così come Magnini, un altro nuotatore azzurro che ha ricevuto la stessa condanna, Michele Santucci.

Insomma Filippo è accusato per un sospetto uso di doping. Non si sa ancora se è colpevole o meno. Ma la differenza sta proprio qui. La giustizia ordinaria ha assolto l’ex nuotatore pesarese, mentre la giustizia sportiva no.

Il due volte campione del mondo si è scagliato contro il procuratore che lo ha condannato, e per questo rimane qualcosa di molto sospetto.

Magnini non è un assassino, non è un drogato, è un uomo che, come altri in Italia, viene punito per un qualcosa di non certo, un qualcosa in cui non si ha nessuna prova.

Dobbiamo tutti farci una domanda, un atleta come Filippo, che promuove in piazza l’associazione “I am doping free”, ovvero la lotta contro il doping, può veramente doparsi nelle mure amiche?

Questa sarà la domanda che ci porteremo dietro per molto tempo. Quando arriverà la risposta a questo punto interrogativo, capiremo tante cose in più.

Capiremo se veramente Magnini è quello che etichettano ora i giornali e la TV, o è semplicemente una vittima del sistema della giustizia sportiva.

Schierarsi è difficile, la sentenza è stata emessa e va accettata, ma la verità dovrà venire fuori, altrimenti chi paga è sempre l’uomo.

 

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